La corte di giustizia europea per i diritti dell’uomo boccia la legge 40 sulla procreazione assistita

Il divieto per le coppie di portatori sani di malattie genetiche di eseguire lo screening sugli embrioni (cosiddetta diagnosi reimpianto), ha stabilito la Corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo, «viola il diritto al rispetto della loro vita privata e familiare» garantito dalla Convenzione Europea sui Diritti Umani.

 

Di tutta evidenza, secondo i giudici di Strasburgo, l’incoerenza del sistema legislativo italiano in materia di diagnosi reimpianto che, da una parte, priva i richiedenti dell’accesso alla diagnosi genetica preimpianto, e dall’altra li autorizza a effettuare un’interruzione di gravidanza terapeutica (legge 194 sull’aborto) quando

il feto è affetto da questa stessa patologia.

 

 

Il caso riguarda una coppia fertile, ma portatrice sana di fibrosi cistica (malattia genetica che si trasmette in un caso su quattro al nascituro), che nel 2006 ha avuto una bambina colpita da tale malattia. Quando la donna è nuovamente rimasta incinta nel 2010, si è sottoposta alla diagnosi prenatale e il feto è risultato positivo cosicché la coppia ha scelto la via dell’aborto terapeutico.

 

Più di un anno fa la coppia - desiderosa di concepire un altro bambino con la certezza che sia sano, il che è possibile solo con lo screening preventivo sugli embrioni –ha presentato ricorso alla Corte di Strasburgo: i due, intenti a ricorrere alla fertilizzazione in vitro (FIVET) vietata dalla legge 40 (che non lo consente, perché la pratica è riservata alle coppie sterili o a quelle in cui il partner maschile abbia una malattia sessualmente trasmissibile, come l'Aids e l'epatite B e C) hanno sostenuto nel ricorso che la legge violava il loro diritto alla vita privata e familiare e quello a non essere discriminata rispetto ad altre coppie, in base agli articoli 8 e 14 della Convenzione.

 

I giudici hanno accolto il ricorso con una sentenza che condanna lo Stato italiano  al pagamento di 15mila euro per danni morali e 2.500 euro di spese legali in favore dei ricorrenti; decisione che diverrà definitiva se, entro tre mesi, nessuna delle parti farà ricorso, innanzi alla Grande Camera, per ottenere la revisione della stessa.

 

Un duro colpo all’impianto della legge 40. La Corte di Strasburgo boccia di fatto gli articoli 13 e 4 della legge 40 sulla procreazione medica assistita.

 

L'articolo 13 che vieta «qualsiasi sperimentazione su embrione umano», l’articolo 4 che prescrive detta pratica solo alle coppie sterili: «Il ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita è consentito solo quando sia accertata l'impossibilità di rimuovere altrimenti le cause impeditive della procreazione ed è comunque circoscritto ai casi di sterilità o di infertilità inspiegate documentate da atto medico nonché ai casi di sterilità o di infertilità da causa accertata e certificata da atto medico».

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